Jeff Mills – Passato, presente e futuro della Musica Techno

Jeff Mills

Jeff Mills è un alieno. L’abbiamo pensato tutti almeno una volta, vedendo una delle sue performances a cavallo tra DJ set e live, in cui sembra avere quattro braccia per il numero di cose che riesce a fare contemporaneamente, o anche solo scorrendo la lista dei progetti che ha in corso per il prossimo mese o giù di lì: ma soprattutto, l’abbiamo pensato durante la lunga chiacchierata telefonica che vi riportiamo qui, durante la quale l’ammirazione che abbiamo per lui, già alta, ha raggiunto livelli sconfinati. Non può che essere un alieno, infatti, un artista in grado non solo di coniugare progetti in apparenza agli antipodi come “Exhibitionist 2” e una performance con l’orchestra sinfonica della BBC, ma anche di comunicare in maniera così accorata le idee che stanno alla base di ciascuno di essi, e di spiegare come in realtà la distanza che li separa sia molto minore di quanto pensassimo. Parlando con lui, abbiamo capito che c’è un solo grande comune denominatore di tutta la produzione artistica di Jeff Mills: la ricerca, la sperimentazione, il provare a fare qualcosa di diverso anche solo per il gusto di non ripetere quello che si è già fatto, e la gioia della scoperta nell’imparare qualcosa di nuovo, anche (e forse soprattutto) quando il risultato non è quello che ci si aspettava. È per via di questo atteggiamento, e non solo per le sue produzioni e i suoi set, che Jeff Mills è un esempio per le nuove generazioni e che siamo così emozionati nel presentarvi questa intervista.

So che hai un sacco di nuovi progetti in corso o in arrivo a breve, e il primo di cui vorrei parlare con te è “Exhibitionist 2”: ho letto che lo descrivi come “un esercizio di spontaneità”, vuoi dirmi di più sull’argomento?

Sì, ho voluto concentrarmi su questo aspetto perché è qualcosa a cui di solito non si presta tanta attenzione nella musica elettronica, credo per via del modo in cui le macchine sono progettate perché noi le programmiamo e per via del modo in cui produciamo musica in questo genere, ma c’è un aspetto di improvvisazione, in cui suoni le macchine fondamentalmente come se suonassi uno strumento acustico, che è piuttosto raro. Ho pensato che fosse interessante da mostrare e che potesse dare ad altri produttori e DJ delle idee che poi loro potessero estendere.

E’ interessante sentirtelo dire perché avendoti visto suonare più volte non ho mai pensato a te come a un artista che improvvisa, ho sempre avuto la sensazione che tu avessi il controllo assoluto della situazione e che tutto quello che succedeva fosse ragionato meticolosamente, ma quando parli dell’idea di suonare le macchine come uno strumento acustico capisco cosa intendi.

Sai, ho sempre cercato di creare un’atmosfera speciale, ed è una cosa che puoi fare in molti modi diversi; puoi farlo col tipo di musica che suoni, e quella è una cosa che in effetti si può preparare, io stesso preparo la musica che suonerò a seconda delle situazioni diverse in cui mi trovo, ma c’è anche un aspetto di spontaneità e di fare le cose sul momento che in un certo senso va oltre il metodo classico di mixare semplicemente una traccia dopo l’altra. Quando usi una drum machine assieme ai piatti e ai lettori cd, sei in grado di liberarti e fondamentalmente di creare qualcosa di nuovo in quel momento, in tempo reale, e so per certo che la maggior parte dei produttori sono in grado di farlo, e la strumentazione che la maggior parte della gente usa lo consente, solo che forse non hanno mai visto un’idea davvero buona di come farlo, e credo che forse quello che faccio con la mia drum machine potrebbe dare ad altri un’ispirazione di come usarla e di come interagirci. La mia speranza è che il DJ set medio diventi più che solo mixare musica insieme, vorrei che diventasse, credo, qualcosa di più vicino a un live set.

Beh, in effetti è quella l’impressione che ho sempre avuto vedendoti suonare. Un altro aspetto di “Exhibitionist 2” che mi ha incuriosito è il fatto che tu abbia deciso di rilasciarlo come un pacchetto con un doppio CD più un DVD, il che non è esattamente una scelta comune di questi tempi, visto che l’esperienza utente sembra essere ormai diventata quella di andare su un digital store e comprare musica da scaricare, o da ascoltare in streaming, per cui gli oggetti fisici stanno diventando sempre più rari nel mercato musicale. Io in ogni caso non vedo l’ora di avere a casa “Exhibitionist 2”, ma tu perché hai deciso di rilasciarlo con questo formato?

Perché a noi, intendo a me e all’etichetta che gestisco, piace fare le cose, ci piace creare oggetti per la gente, ci piace l’idea di prestare attenzione ai dettagli come i materiali, il design, sai, ci piace proprio l’aspetto artigianale, e oltre a questo sappiamo che per quanto ci riguarda, per quanto riguarda Axis Records, ci sono molti collezionisti, io stesso sono un collezionista di diverse cose, e può essere una cosa bella avere un oggetto che puoi fisicamente tenere in mano, rispetto a qualcosa che scarichi sul computer, avere qualcosa che puoi mettere via, sederti e guardare, da cui ti senti attratto; volevamo avere qualcosa che si potesse aprire, toccare e tirare fuori dalla scatola, pensiamo ci sia ancora del valore in tutte queste cose, per cui abbiamo preferito, credo, fare le cose nel modo più difficile e creare qualcosa, e rilasciarlo, e tutto quello che ci sta attorno.

Ci vedo un legame, tra quello che mi dicevi prima per cui un DJ set dovrebbe essere più che semplicemente mixare delle tracce e l’idea secondo cui produrre un progetto come questo è più che semplicemente produrre l’audio, visto che vi siete presi cura del design, del packaging e di tutto il resto.

Esatto! Voglio dire, è il pacchetto completo, abbiamo passato del tempo a sederci e prendere in considerazione tutto, anche la promozione, abbiamo iniziato a lavorarci mesi e mesi e mesi fa, ma è questo il mestiere della musica elettronica. Sappiamo che la gente è esposta a molti tipi di musica elettronica a molti livelli diversi, ma a questo livello, che crediamo sia il più creativo, cerchiamo di usare le risorse che sono state sviluppate nel corso di decenni su come creare qualcosa, e abbiamo realizzato che gli ascoltatori sono a un livello un po’ più avanzato, più maturi che, diciamo, vent’anni fa, e questo ha influito sul modo in cui diciamo quello che diciamo, sul modo in cui presentiamo le cose, abbiamo speso davvero tanto tempo pensandoci.

Un altro progetto a cui stai lavorando è la tua performance con l’orchestra sinfonica della BBC, e in questo vedo un aspetto piuttosto interessante: abbiamo appena parlato di spontaneità e improvvisazione riguardo a “Exhibitionist 2”, mentre suonare con un’orchestra a me sembra la cosa meno spontanea del mondo, voglio dire, immagino che abbiate fatto un sacco di prove per suonare bene insieme, giusto?

Beh, il modo in cui la gestisco io in effetti è che io improvviso, letteralmente, a tutti gli effetti. Tutta la mia parte è improvvisata, per cui non è mai la stessa due volte; l’orchestra ovviamente segue uno spartito, ma come io interagisco con loro è qualcosa che mi invento sul momento, per cui non è mai la stessa, io ascolto quello che fanno i musicisti e cerco di enfatizzarlo, ma in fondo è esattamente la stessa cosa che faccio con le drum machines nel DVD. C’è ovviamente una certa differenza, però, perché ho un grado di libertà maggiore di quello che si ha di solito quando si lavora con un’orchestra e un direttore, ma nel mio caso io sono completamente libero di fare quello che voglio.

Quindi in un certo senso non sei solo un musicista nell’orchestra ma fai anche tu stesso una parte del lavoro del direttore; voglio dire, i musicisti dell’orchestra si limitano a seguire i loro spartiti oppure devono in qualche modo seguire anche te?

Il tempo dell’orchestra è legato a quello della mia drum machine, che manda un click che va al direttore il quale a sua volta dirige l’orchestra in base al click stesso, e i musicisti possono sentirlo anche nelle proprie cuffie, e ci sono anche momenti in cui suono degli assoli, per cui sono anche un solista oltre a tutte queste cose. Quindi certo, sono un musicista parte dell’orchestra, ma sono anche libero di fare tutto quello che voglio in qualunque momento; inoltre, ho scritto io le tracce che poi sono state arrangiate per l’orchestra, per cui ho svolto molti ruoli diversi in questo progetto.

Un altro aspetto che mi è saltato agli occhi vedendoti suonare con un’orchestra, che è una cosa che ormai fai da un po’ di tempo, è la sensazione che ci sia una specie di, non direi esattamente “attrito”, ma una specie di contrasto tra la techno, che è sempre stata un genere molto futurista, e l’idea che uno ha di solito della musica classica, che è in qualche modo collegata alla storia e al passato, è un contrasto che esiste veramente?

Se c’è un contrasto è probabilmente molto minore di quello che si potrebbe pensare. Voglio dire, entrambi i generi sono strutturati in modo da raccontare qualche tipo di storia, o da creare la colonna sonora per un determinato contesto, o da aggiungere l’aspetto sonoro a un determinato argomento e suonarlo in uno scenario specifico, per cui c’è questa somiglianza. In alcuni tipi di musica elettronica poi, specialmente nella Detroit techno, tendiamo a usare gli arrangiamenti di archi esattamente nello stesso modo in cui li usa un’orchestra, e c’è una sorta di eleganza in alcuni generi di musica elettronica, un certo tipo di struttura nel modo in cui i suoni funzionano insieme; queste sono giusto alcune delle cose che ho scoperto lavorando con un’orchestra che mi hanno fatto capire che la distanza, se c’è, non è poi così grande, e che il dialogo non è così in contrasto come si potrebbe pensare; se penso ad altri generi, come l’hip-hop o il rock, il contrasto è probabilmente molto maggiore. Alcuni pezzi classici sono in effetti piuttosto minimali, sai, non cambiano mai tempo, per cui c’è anche questo aspetto, e poi penso che la mentalità del musicista classico medio, se la paragono al modo in cui noi pensiamo alla musica elettronica, è circa la stessa: entrambi i tipi di musicisti sono molto seri riguardo a quello che fanno, e c’è un certo temperamento artistico che va assieme a questa serietà, per cui è molto facile comunicare per via del modo in cui prendiamo molto sul serio la nostra arte. La prima volta che ho incontrato l’arrangiatore e il direttore dell’orchestra, la conversazione è stata molto equilibrata e consensuale, perché ero in grado di spiegar loro molto bene il motivo per cui la mia composizione è nel modo in cui è, cosa davvero rappresenta ciascun suono, e loro l’hanno capito molto facilmente, per cui è stata una conversazione davvero fluida, come anche l’interazione che ho avuto con tutti i musicisti, e credo sia questo il motivo per cui ho avuto così tanto successo facendo questo genere di performances e sono arrivato al punto che ora sono io a comporre tracce originali per un’orchestra. Ora come ora vedo questa come una cosa che continuerà, potrebbe anche essere che altri musicisti elettronici faranno lo stesso perché ormai le fondamenta di questo tipo di performance sono state costruite e sono sicuro che ci sono molti altri musicisti che hanno idee diverse su come lo farebbero, e che ci sono molte orchestre aperte all’idea, per cui sì, credo che questa sia ormai solo un’altra delle opzioni con cui si può suonare la musica elettronica.

E credo sia anche un buon modo per allargare il pubblico sia della musica elettronica che di quella classica, dato che credo ci sia molta gente che di solito ascolta l’una e non ha mai ascoltato l’altra, e viceversa.

Esatto, voglio dire, nella musica elettronica non possiamo aspettarci che tutto rimanga sempre uguale per sempre, dobbiamo guardare a da dove veniamo e a quali altre opportunità abbiamo per usare questa musica. Non possiamo assumere che tutto sarà sempre come nel 1990, viviamo in tempi diversi, in un’era diversa, le persone comunicano in modi diversi, il mondo gira in un modo un po’ diverso, per cui credo che dobbiamo esaurire tutte le diverse possibilità e che dobbiamo guardare ogni possibile modo in cui questa musica si può considerare; alcune idee non funzioneranno, ma alcune altre rimarranno, e non sappiamo ancora cosa è possibile fare, cosa potrebbe esserci oltre questa idea di mischiare la musica elettronica e quella classica. Forse qualcuno svilupperà l’idea di costruire strumenti classici con delle caratteristiche elettroniche, non sappiamo ancora cosa è possibile fare, ma credo che all’inizio del secolo, che è iniziato da solo quindici anni, dobbiamo assumere che se andiamo avanti in questo senso la cosa si svilupperà, le persone cominceranno a guardare a questi due generi con occhi diversi, ed è proprio questo il motivo principale per cui lo faccio, per cercare di spingere e far progredire il genere, per espanderlo in modo che possa essere interessante per più persone e continuare per sempre.

E poi, come hai appena detto, non sai mai prima che cosa funzionerà e cosa no, quindi penso sia l’approccio giusto quello di sperimentare, provare cose e vedere cosa succede.

Esatto, è come siamo arrivati qui con la musica elettronica, usando le cose in modi diversi, abbiamo iniziato giocando con le drum machines fino al punto in cui ci siamo trovati ad avere questo linguaggio universale e abbiamo notato che un certo modo di fare musica con queste macchine funzionava, perché potevamo parlare con persone diverse in paesi diversi, ed è così che ha iniziato a diffondersi da Chicago e Detroit a New York e oltre, e credo che ci siano ancora molte cose che possiamo fare, e molti altri modi di usare la musica per interagire con le persone.

Parlando della diffusione lontano da Chicago e Detroit, e in generale lontano dagli US, ho letto di recente una tua intervista al Guardian in cui dicevi che il tuo lavoro non ottiene molta considerazione in America.

Sì, beh, in effetti succede solo a me. Credo sia evidente che dipende principalmente da chi, e in alcuni casi da cosa sei, è quello che fa la differenza. Se sei europeo, bianco e maschio probabilmente hai più possibilità di avere successo in America di, ad esempio, qualcuno che è afroamericano e vive a Detroit, e credo che alla fine sia la gente che decide, gli ascoltatori, gli utenti che ascoltano la musica elettronica, l’EDM o qualunque altra cosa. Il mio commento in quell’intervista era basato sul fatto che hai un gruppo considerevole di produttori e DJ che vivono solo a Detroit, nemmeno a Chicago o New York, hai questa grande concentrazione di produttori che fanno questa cosa fondamentalmente da decenni, e quanta poca esposizione abbiano avuto in patria è davvero stupefacente, in effetti è proprio incredibile. Ci sono delle somiglianze tra tutte queste persone – siamo tutti cresciuti nella stessa area, siamo tutti più o meno stati esposti alle stesse influenze, abbiamo fatto più o meno tutti cose simili durante le nostre carriere, e ci sono stati un sacco di successi e di vittorie, ma nessuno di questi ha ottenuto riconoscimento nella nazione in cui abbiamo iniziato. Non è niente di nuovo, perché ho sentito e vedo che succede la stessa cosa con gli artisti inglesi che sembra non siano in grado di ottenere attenzione nella loro nazione, o con i tedeschi, succede – ma quando hai una concentrazione così alta di persone in una città sola, e la città è sulla punta della lingua di tutti e tutti ne parlano, ma non parlano della musica che arriva da lì anche se è uno dei successi principali della città, è qualcosa di davvero incredibile; mi trovo a pensare che sia intenzionale e che sia qualcosa che davvero non interessa alla gente. Forse non è una cosa che avviene di proposito, ma forse è questo stile di musica che è qualcosa che l’americano medio, il giovane americano medio non capisce, quindi è questo che intendevo col mio commento; non è che quello che faccio non vada bene, o qualcosa del genere, è solo che è la credibilità del genere a non esistere, credo; la mia etichetta è comunque sempre negli Stati Uniti, la maggior parte dei ragazzi di Detroit vive ancora lì o nelle vicinanze, lavorano ancora, producono, viaggiano ancora e creano ancora, ma hanno pochissima copertura, anche dai media che parlano di musica elettronica negli Stati Uniti. Volevo semplicemente portare questa cosa all’attenzione del pubblico perché forse molti europei non si rendono conto che quando torniamo nella nostra nazione la situazione è praticamente l’opposto di quello che succede qui.

Parlando del fatto che tutti i produttori di Detroit sono cresciuti in un certo senso insieme, costruendo una scena locale che esiste ancora oggi, è qualcosa che sembra strano per certi versi oggi: ricordo che qualche anno fa sembrava che le scene locali non sarebbero più esistite, che Internet le avrebbe fatte sparire e che tutti sarebbero stati collegati anche a distanza, online, eppure le scene locali esistono ancora, non solo a Detroit.

Detroit è una città enorme, ma proprio grazie alla scena del clubbing ha messo insieme persone da parti diverse della città, ti parlo di fine anni ’70, primi anni ’80; se c’era un party, o qualche evento musicale in giro, sapevi che ci sarebbe stato un certo tipo di gente, ed è stato così che ci siamo conosciuti tutti quanti, è successo proprio così semplicemente. Per com’era strutturata la città, poi, c’erano molti quartieri diversi, ma erano tutti strutturati fondamentalmente allo stesso modo, per cui le influenze che avevi erano più o meno le stesse sia che abitassi nell’East side o nel West side, o a Nord, o in parte anche a Sud, la struttura dei quartieri non era così diversa, per cui se andavi al negozio all’angolo a comprare le caramelle, o cose del genere, la distribuzione di tutte le cose, delle cose a cui potevi essere interessato era la stessa, per cui un fumetto che usciva nel West side si trovava anche nell’East side, e lo stesso vale ovviamente per la televisione, guardavamo tutti gli stessi programmi e gli stessi film che uscivano in un determinato momento, per cui avevamo tutte queste cose in comune, e avevamo in comune anche l’interesse per la musica, nello specifico la musica dance, quindi poi abbiamo avuto in comune anche le macchine a cui avevamo accesso, perchè se sei giovane e non hai molti soldi va a finire che compri sempre le stesse macchine; abbiamo tutti più o meno capito come programmarle, per cui è naturale che ci fosse qualcosa di comune anche nel modo in cui la nostra musica nasceva. Conosco alcuni di questi ragazzi da più di quarant’anni, credo sia abbastanza inusuale che tutti noi abbiamo lavorato in maniera indipendente l’uno dall’altro, seguendo direzioni diverse; ho sempre pensato che se la stessa cosa fosse successa in California, o a New York, o in un’altra parte degli Stati Uniti sarebbe stata più attraente per il pubblico, ma forse è proprio perchè è successa a Detroit e con questo gruppo di persone che è così affascinante per un certo tipo di pubblico…non lo so! Noi, come nazione, siamo molto informati in ambito musicale, perché molti generi sono nati negli US, sai, come il jazz, il blues, il rock, ma anche il gospel, il country e tutte queste cose, e questo è vero, ma quello che ho visto, specialmente con il jazz, è che non ce ne prendiamo davvero cura, non cerchiamo di conservarlo, non gli diamo il tipo di apprezzamento che credo si meriti, voglio dire – anche il caso di Detroit e della Motown, se vai dove c’era la Motown oggi, vedi davvero pochi segni del fatto che ci sia anche solo stata la Motown, che è una pazzia se pensi a quanti successi ha avuto l’etichetta, Berry Gordy e tutti i suoi artisti. Non ha davvero alcun senso: se vai a Nashville, in Tennessee, c’è molto di più sugli artisti country che vengono da lì, mentre Detroit non riesce nemmeno a trovare un modo per capitalizzare quello che la città stessa ha creato. Non ci prendiamo cura delle cose molto bene, non le apprezziamo, non le conserviamo, credo sia semplicemente perché spostiamo l’interesse su qualcos’altro; credo che la musica elettronica, storicamente, sia sempre stata cresciuta e curata dagli europei, non dagli americani, e questo spiega perché passiamo più tempo qui che laggiù.

Beh, dal mio punto di vista europeo, in un certo senso sono più contento di avervi qui che laggiù.

So che molti di noi vorrebbero ci fosse più equilibrio, perché siamo americani, siamo cresciuti là, è una nazione enorme in cui è possibile di tutto, ma proprio grazie alla strana storia che la nazione ha ci sono alcune cose che semplicemente non vengono accettate per via del modo in cui le cose sono sempre andate; qualunque cosa nuova, diversa o semplicemente al di fuori di cosa si aspetta la gente di solito viene ignorata, e purtroppo credo che la Detroit techno sia qualcosa con cui la gente proprio non è compatibile, non la capiscono, fondamentalmente non la vogliono.

Tornando invece ai tuoi progetti correnti e futuri, ce ne sono altri due a cui sono molto interessato, e curiosamente avranno luogo entrambi nella stessa città, Amsterdam: so che comporrai musica nella Rembrandt Huis, il che se ci penso si collega un po’ a quello che mi dicevi prima riguardo alla techno e alla musica elettronica e al loro essere adatte per creare la colonna sonora per situazioni e posti specifici: è questo il tema del progetto?

Sì, è proprio quello, l’idea è proprio il soundscaping, o cercare di creare una colonna sonora per un certo tipo di atmosfera: è qualcosa di nuovo per me, non l’ho mai fatto prima, ma credo che il risultato possa essere piuttosto interessante, trovarsi in un luogo che ha così tanta storia e così tanto significato per una forma artistica in particolare, e usare la musica elettronica per cercare di catturare quest’atmosfera, di immaginare cosa succedeva in questo spazio. È questo che proverò a fare nello studio dove Rembrandt ha dipinto molti dei suoi lavori, che poi lui portava giu al primo piano, dove aveva una specie di showroom in cui la gente poteva entrare e comprare i quadri, era una specie di pittore imprenditore, faceva tutto da sè, dipingeva a un piano di casa sua e aveva lo showroom a un altro, e a un altro ancora viveva con la sua famiglia; questo aspetto di lui che faceva tutto da solo è molto simile a quello che facevamo noi con la musica elettronica, ci prendevamo carico di tutti gli aspetti dal primo all’ultimo, per cui ho pensato che analizzare anche questo punto di vista fosse interessante. E quando lavori in questo modo, il tuo studio diventa fondamentalmente il punto attorno a cui gira tutto, per cui è estremamente importante come il tuo studio stesso, o comunque l’area dove crei, è posizionato, ed è stato questo che mi ha portato all’idea di trovarmi fisicamente in quello spazio, prestare attenzione a come la luce del sole entra dalla finestra, come colpisce la tela, come cambia la miscela della pittura, perché Rembrandt miscelava la pittura da una parte della stanza e poi la portava dall’altra parte per applicarla sulla tela e creare qualcosa, ed è molto simile a come produco musica nel mio studio, per cui è questo quello che cercherò di analizzare.

È un aspetto molto interessante e che credo sia spesso sottovalutato, come lo spazio attorno a te influisce sulla musica che crei.

Eppure lo fa, enormemente. La quantità di luce del sole che ricevi ha un ruolo davvero importante, voglio dire, io di solito cerco di produrre più musica che posso di notte, perché sai, tutti dormono, il telefono non suona, è tutto più calmo, per cui riesco a concentrarmi molto meglio; cerco di mettere il mio studio sempre in una stanza che ha pochissime finestre, se non addirittura nessuna, ed è una cosa che gioca un ruolo importantissimo in quanto riesco a perdermi nello scorrere del tempo. Credo che anche nel caso di Rembrandt il sole fosse molto importante, come la luce del sole entrava nella stanza, perché il sole era più forte tra le otto di mattina e l’una di pomeriggio, e dopo quell’ora il sole si sposta oltre la casa e la luce diventa completamente diversa, per cui credo che lui facesse molto del suo lavoro in quelle ore, ed è proprio in quelle ore che cercherò di comporre musica.

Poi c’è anche l’aspetto di entrare in un posto che non hai progettato tu stesso e darne in un certo senso la tua interpretazione musicale, che poi è più o meno quello che fa ogni DJ quando entra in un club, no?

Corretto, voglio dire, c’è una specie di misurazione che interviene in quel caso, bisogna considerare la temperatura, l’umidità, cos’è successo prima, cos’ha appena fatto il DJ prima di te, cosa succederà dopo che hai finito e così via, ci sono un sacco di circostanze che un DJ deve tenere in considerazione piuttosto in fretta prima di iniziare, ma in un certo senso è la stessa cosa, entri in un posto e inizi a mapparlo, a calcolarlo e a capire da dove iniziare.

Però è vero anche che, una volta che sei un DJ esperto, tutti questi calcoli e queste considerazioni non avvengono nemmeno a un livello conscio; semplicemente “sai” cosa sta succedendo e sei in grado di improvvisare in base a questo senza esserne nemmeno pienamente cosciente.

Sì, esattamente.

Poi c’è l’altro progetto che porti ad Amsterdam per l’ADE, Time Tunnel, che hai già messo in scena per un po’ a Parigi.

Sì, è una residency che ho da due anni a Parigi, dove ho creato e cercato di presentare l’idea, questo è il primo Time Tunnel ufficiale al di fuori della Francia, per cui sarà interessante. È un progetto sulla musica in generale, non solo la musica dance: ogni ora mi dà l’opportunità di esplorare un periodo diverso, un’era diversa e di – non proprio insegnare, ma più o meno portare della musica all’attenzione di altri, e cercare di spiegare come siamo arrivati qui, a questo punto, da un punto di vista storico.

È un aspetto interessante, ripensando a quello che mi dicevi prima per cui per spostare i confini di un genere a volte devi guardare indietro a come siamo arrivati dove ci troviamo.

Esatto, posso immaginare che qualcuno sentirà qualcosa di cui non era a conoscenza, o che non aveva mai sentito, perché suono molti tipi di musica diversi e sai, come DJ credo che non si possa davvero chiedere di meglio, suono tra le sei e le sette ore e ogni ora posso cambiare e suonare qualunque cosa mi venga in mente, è questo il concept della serata, e alla fine potrebbe addirittura succedere che la gente inizi a ballare in maniera incondizionata e capisca che il concept è ascoltare diversi tipi di musica, il che credo che sia quello che ogni DJ vorrebbe, è tipo il concept definitivo, perché ti dà così tanta libertà, è fantastico.

Parlando di libertà nel DJing, a proposito: ti è mai capitato di sentirti vincolato dalle aspettative del pubblico, come se ad esempio il pubblico si aspettasse sempre di sentirti suonare “The Bells” in ogni set?

Beh, so che la gente si aspetta davvero di sentire “The Bells”, è diventata ormai qualcosa che la gente vuole davvero sentire, e in un certo senso è qualcosa che anche io voglio sempre suonare, perché so che genera una reazione che poi mi darà l’opportunità di continuare verso altre cose, ma a parte questo caso specifico…no, penso che se riesco a trovare un modo per farla entrare con una buona transizione, o a programmarla in un modo che sia interessante, allora non sento nessun vincolo, e la cosa la percepisco ancora meno quando compongo musica. Voglio dire, cerco davvero tanto di non rifare sempre le stesse cose, per cui il mio studio è progettato in modo che devo più o meno rimontarlo ogni volta che voglio fare musica, non è una cosa in cui schiaccio un bottone e si accende tutto, ed è così di proposito, perché voglio poter ripartire da zero ogni volta e fare lo sforzo di non rifare le cose allo stesso modo, è questa l’idea che c’è dietro tutta la serie “Sleeper Wakes”, di darmi l’opportunità di esplorare e fare cose diversamente con ogni album e ogni traccia; sto lavorando a un album un po’ diverso ora, che si chiamerà “Freeform”, che conterrà percussioni acustiche, con cui non ho mai lavorato; ce ne sono un sacco, e sono suonate in un modo molto strano, esotico. Cerco di prendermi più libertà possibili, e per quanto riguarda il DJing, cerco di raccontare una storia nei miei set, e spesso penso alla fantascienza, e rispetto a questo scenario, e alle persone nella sala, alle luci colorate, la mia idea è spesso “cosa posso fare per cambiare l’atmosfera nella sala, cosa posso suonare perché continuino a ballare ma si sentano in un modo diverso?”, ed è una cosa che succede non solo durante i Time Tunnel, ma in tutti i miei DJ set, per cui usare una drum machine è un’idea che va in questa direzione, usare più lettori cd o più piatti per sommare diversi strati di musica è un’altra idea, produrre musica specificamente per alcuni DJ set che possa gestire come se fossi in studio è un’altra idea, davvero, è una cosa molto fluida, dipende dalle idee che mi vengono, dalla tecnologia su cui riesco a mettere mano, in generale comunque cerco sempre di pensare a cosa posso fare per fare le cose in modo diverso, questo è poco ma sicuro, ed è anche una cosa che credo sia necessaria.

È un tema ricorrente nella nostra chiacchierata finora, la necessità di provare cose nuove, e mi dicevi giustamente che quando si sperimenta alcune cose funzioneranno e altre no. Come decidi, però, quando qualcosa funziona? Quanto sei perfezionista in questo senso?

Beh, quando le cose non vanno o faccio qualche errore, non ci resto sopra più di tanto, preferisco considerarlo come un insegnanento: se qualcosa non va, di solito sono più interessato a cercare di trovare dov’era il problema e a correggerlo, o comunque a un certo punto ci tornerò sopra e rivisiterò il problema da un altro punto di vista. Quindi alla fine niente è mai davvero un fallimento, sai, puoi vederla come una progressione lunga tutta la vita, è così che vanno le cose, non tutto sarà un successo, e non a tutti piacerà tutto quello che sentono o con cui entrano in contatto, ma io comunque avrò imparato molto da tutte queste esperienze, e per me questo è abbastanza per andare avanti verso il prossimo progetto, oppure per rivisitare l’ultimo fino al punto in cui capisco come farlo. Suonare con un’orchestra classica, ad esempio, è stata una cosa che all’inizio non andava, il direttore e i musicisti non capivano cosa cercassi di creare, proprio non funzionava, ma ho continuato a cercare di portare idee, e alla fine ho avuto un’altra opportunità di riprovarci, e quella volta ha funzionato un po’ meglio, e abbiamo proseguito da lì. È solo un modo, per me, di contribuire alla crescita e al progresso del genere, quello che mi interessa davvero è cercare di creare cose nuove e cercare di mostrare idee nuove alla gente in modo che siano loro poi a poter provare a espanderle e che tutti noi possiamo fare passi da giganti anziché stare sempre allo stesso livello e rifare sempre le stesse cose a oltranza. Credo sia importante realizzare dove stanno le radici da cui proveniamo, ma non sono convinto che tutti debbano restare sempre allo stesso livello e sulla stessa posizione, alcuni di noi possono muoversi in direzioni diverse e alla fine è questo che aiuta il genere perché crea una piattaforma e un pubblico molto più vasti, ed è proprio questo che cerco di fare.

Mi piace molto quello che dici sul fatto che non esiste davvero l’idea di fallimento, perché anche quando qualcosa non funziona tu comunque hai imparato qualcosa in cambio dell’esperienza.

Sì, ed è una cosa che spesso allontana molti produttori e DJ, l’insoddisfazione del pubblico, può essere dura da accettare per alcune persone, quando il pubblico ti dice che odia quello che fai, che non gli piace, e tu fai un mestiere in cui la gente è importante e quello che fai è cercare di fare in modo che le persone apprezzino il momento, ma a volte il risultato non è quello che ti aspettavi, ed è qualcosa che può essere difficile da digerire, per cui posso capire che molti produttori e DJ non se la sentano di prendersi questo tipo di rischi. È una cosa che non è per tutti, non credo che ogni produttore e ogni DJ debba lavorare in questo modo, ma quelli di noi che ne sono in grado e che sono interessati da questo aspetto, credo dovrebbero cercare di esplorare ed esaurire tutte le possibilità in modo da creare qualcosa di nuovo.

Parlando di esaurimento: tu produci uno spettro enormemente ampio di cose, visto anche il numero di progetti che hai in corso di cui abbiamo appena parlato, e immagino che tu abbia un sacco di altre cose in mente che probabilmente non vedremo mai perché alla finiranno con l’essere solo esperimenti che usi per imparare, quindi, come fai a fare così tante cose? A volte ho la sensazione che in un tuo mese qualunque ci siano più cose che nell’intera carriera di un’artista “normale”.

Ho una carriera molto piena, alcune cose il pubblico le può vedere ma molte no, perché molto di questa parte include la pianificazione e la preparazione, per cui ho un’agenda davvero molto piena e intensa, ma in un certo senso è sempre stato così: anche quando ero giovanissimo e lavoravo in radio a Detroit, il mio programma era sei giorni alla settimana, due o tre volte al giorno, che significa che a volte non andavo neanche mai a casa, e anche con Underground Resistance e all’inizio di Axis ho sempre lavorato costantemente, letteralmente ventiquattro ore al giorno, poteva capitare che facessimo sessioni in studio alle quattro di mattina che duravano fino alle quattro di pomeriggio, producevamo una quantità tremenda di musica in tempo brevissimi, avevamo addirittura più setup di registrazione in parallelo in modo da registrare due o tre tracce contemporaneamente. Non è cambiato molto da allora, ho alcune persone che mi aiutano a mettere in pratica le cose e quando lavori insieme per tanto tempo ognuno capisce il ritmo da tenere e cosa fare per alcune cose, il che rende tutto un po’ più facile, ma comunque sul mio calendario giornaliero, in un mese qualunque, c’è molto più di quello che di cui probabilmente la gente si rende conto, e devi tenere conto anche del tempo speso viaggiando da un posto all’altro, però in ogni caso passo la maggior parte del mio tempo lavorando e preparando cose. È piacevole, perché comunque è quello che mi piace davvero fare, per cui a volte non sembra davvero un lavoro, e tutto quello che faccio, credo e ne sono convinto, è mirato all’avanzamento del genere, per cui è davvero dedicato all’idea che ho di quello che facciamo, non conta quanto noioso, lento o complicato possa essere, aiuta la musica elettronica a essere esposta a persone che probabilmente non le avrebbero prestato attenzione se non avessi fatto determinate cose, per cui penso ne valga la pena, e spero di riuscire a mantenere questo ritmo di lavoro per il resto della mia carriera. Sono convinto che troverò un modo di riuscire a produrre musica fino alla fine.

Beh io spero davvero che tu lo faccia. Dato che abbiamo toccato praticamente tutti gli argomenti di cui volevo parlare con te, penso di poterti lasciare alla tua agenda che immagino quindi sarà piuttosto densa, e vorrei ringraziarti per tutto il lavoro e gli sforzi che hai fatto finora per la nostra scena e per questo genere. Come nota finale, non è una cosa di cui davvero volevo chiederti, ma come italiano sento il bisogno se non altro di chiederti scusa di nuovo per quello che è successo nel 2013, quando hai dovuto fermare uno show dopo che dal pubblico ti avevano lanciato un oggetto.

Beh, sai, le generazioni cambiano, e a volte hai persone nel pubblico che sono nuove a questo tipo di esperienza. Quella sera il pubblico era molto giovane, e probabilmente non era molto educato su come comportarsi in quel tipo di contesto, semplicemente non sapeva che non era la palestra di una scuola ma una situazione sociale. Ci sono alcune cose che tollero, e alcune che non tollero: quando un DJ sta suonando, ha la testa abbassata, le luci addosso e la sala è buia, non puoi lanciargli cose, perché in quel momento è così vulnerabile che può succedere di tutto, per cui dovevo chiarire che semplicemente è una cosa che non si può fare, è troppo pericolosa. La musica elettronica non è arrivata dove è arrivata grazie a persone che fanno cose di questo genere, dev’esserci del rispetto, un modo ragionevole di comportarsi quando sei in questo contesto, e credo che quella persona semplicemente non lo sapesse, e che non fosse al corrente del fatto che non puoi fare qualcosa del genere perché è troppo pericoloso. Sai, non era neanche la prima volta, mi è successo un paio di altre volte quello stesso anno, e in un’altra occasione qualcuno mi ha lanciato una bottiglia e mi ha quasi colpito, e so di alcuni altri casi in cui è successo anche ad altri DJ, per cui magari è stato solo quell’anno che alcuni ragazzini hanno raggiunto l’età in cui si comincia a uscire e a socializzare, e forse non avevano ancora realizzato come comportarsi. È stato semplicemente uno di quei momenti in cui devi insegnare qualcosa, che sfortunatamente devono succedere.

Già, per me e per chiunque altro sia stato in un club più di una volta è ovviamente qualcosa di evidente, ma apprezzo comunque lo sforzo che hai fatto per cercare di educare il pubblico.

Credo che a volte molti di noi diano per scontato che dato che le persone entrano in un contesto sappiano già come comportarsi, ma credo che a volte ci venga ricordato che alcune persone non lo sanno, e dovevo chiarire in maniera molto forte che ok, sono il DJ e sono pagato per suonare, ma voglio anche tornare a casa sano e salvo, non conta quanto venga pagato, perché se c’è un rischio che mi faccia del male ci penserò due volte ad andare a suonare in un posto. Deve essere piacevole, non è un concerto punk, per cui se è questo che vogliono dovrebbero semplicemente andare da qualche altra parte, dobbiamo mantenere il controllo, siamo civilizzati anche se siamo animali, semplicemente non si lanciano le cose a quel modo.

Grazie, apprezzo molto il messaggio educativo che hai voluto dare e anche il messaggio educativo che dai da sempre con l’esempio del tuo lavoro, quindi grazie davvero per tutto quello che hai fatto finora e per il tempo che mi hai dedicato.

Biografia di Jeff Mills

Jeff Mills (Detroit, 18 giugno 1963) è un disc jockey e produttore discografico statunitense.

Negli anni ottanta, Mills fu un influente disc jockey sull’emittente radiofonica WJLB di Detroit, operando sotto lo pseudonimo The Wizard. I suoi dj set contenevano il meglio del programma notturno del famoso disc jockey Charles Johnson, noto come “The Electrifying Mojo“. Le playlist di Mojo erano arricchite dal sapiente lavoro di Mills che realizzava scratch e beat juggling durante i mixaggi di Techno di Detroit, Miami Bass, Chicago house e New Wave.

Alla fine degli anni ottanta Mills fondò con “Mad” Mike Banks il collettivo techno Underground Resistance. Prendendo spunto dai Public Enemy nell’Hip Hop, Mills e soci affrontarono l’industria discografica con retorica rivoluzionaria. Vestiti in uniformi da combattimento si definirono Uomini in missione pronti a dare alla techno più contenuto e significato.

Mills non lasciò mai gli UR ufficialmente, ma poco dopo iniziò a produrre i propri lavori solisti. Si trasferì a New York e dopo una breve esperienza a Berlino si stanziò a Chicago. Qui nel 1992 fondò con Robert Hood la sua più importante etichetta discografica, la Axis.

Negli anni successivi nacquero le sottoetichette Purpose Maker, Tomorrow e 6277.

I suoi album ed EP sono perlopiù tracce separate delle sue composizioni, che Mills mixa nei suoi DJ set. È considerato una leggenda nel Turntablism, per la sua capacità di suonare più di settanta dischi in un’ora.

Nel 2001 si è dedicato alla techno epica con la sua versione della colonna sonora di Metropolis, che ha anche suonato live con il film originale.

Il 16 settembre 2004 ha partecipato ad un dj set di sette ore con Laurent Garnier al Fabric di Londra e due anni dopo il suo lavoro Blue Potential è stato registrato con la Orchestra filarmonica di Montpellier.

Credit: www.soundwall.it

 

LINK UTILI:

Jeff Mills on Facebook: https://www.facebook.com/JeffMills

—————————————————————

MdP – Manuale del Producer

https://manualedelproducer.altervista.org/


jeff-mills

jeff-mills

Precedente Alla Roland TR-808 gli dedicano anche un film... Successivo Aluminium Minimoog Voyager - Review